Il mal di scuola: nuove risposte dalla relazione docente-discente

Thomas Edison, Giacomo Puccini, Paul Cezanne, Albert Einstein, Thomas Mann, il profeta indiano Tagore, Daniel Pennac. Questi solo alcuni dei personaggi famosi dalla quale biografia è possibile evidenziare una qualche forma di “mal di scuola”, quasi in tutti i casi per motivi relativi all’incomprensione degli insegnanti della particolarità che caratterizzava i loro piccoli allievi o per l’inadeguatezza del metodo proposto alle loro aspettative e necessità. Ecco un estratto, adattato dall’ebook Emozioni e relazioni a Scuola di Ilaria Caracciolo (Ed. Circolo Virtuoso) che, di fatto, avvalora e sostiene la tesi dell’introduzione dell’ora curricolare d’intelligenza emotiva in classe, finalizzata al benessere dell’insegnante e all’apprendimento multisensoriale creativo degli studenti.

Il mal di scuola

Esistono delle malattie che vengono acquisite per il solo fatto di andare a scuola, come la scoliosi e la miopia e altre malattie psicosomatiche, come

  • disturbi digestivi,
  • mal di testa,
  • ansia e
  • disturbi del sonno (incubi, enuresi ecc.).

Sembrerebbe che, in alcuni casi, anche i bambini più dotati e creativi rischino di incorrere in problematiche che scaturiscono dalla loro permanenza nell’Istituzione scolastica sempre meno rispondente alle loro vere e profonde necessità.

Il più delle volte, il gap tra necessità degli alunni ed offerta formativa si crea a causa della necessità di gestire, in una maniera che sia semplice, economica e rassicurante, classi composte da un grande numero di allievi, con poco dispendio in termini di risorse economiche ed energie psichiche. Questo fa sì che i bambini si trovino a sopportare situazioni che anche un adulto avrebbe difficoltà a reggere.

Il che non può che comportare una progressiva sfiducia dei più piccoli nei confronti del mondo adulto.


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La Relazione Educativa: dimensioni emotive e dinamiche di gruppo.

La relazione educativa


Il tempo e lo spazio

Lo scenario è aggravato dalle difficoltà di gestione delle due fondamentali dimensioni del tempo e dello spazio. Gli insegnanti sono, infatti, spesso affannati nel compito di assolvere a tutte le varie richieste dell’Istituzione (programmi, compiti, valutazioni, riunioni, ecc.) e gli spazi impongono una restrizione delle possibilità di movimento ed esperienzialità. Aspetti fondamentali nella promozione di un benessere totale dell’individuo, sia esso un bambino o un adulto.

Questi aspetti così profondamente connessi con il tipo di vissuto provato tendono a invadere il piano della relazionalità e così le parti coinvolte nel processo educativo si distanziano progressivamente sul piano della emozionalità e della condivisione di desideri ed aspettative.

Il che obbliga i formatori ad occuparsi, a livelli differenti, degli educatori e degli educandi, con una priorità estrema: aiutare i primi a recuperare il benessere personale per potersi aprire ad accogliere i secondi da cui sembrano essere troppo distanti. Perché il mal di scuola dei ragazzi è, molte volte, lo specchio del malessere degli insegnanti che, non riuscendo ad esprimere se stessi efficacemente, erigono inconsapevoli barriere che allontanano gli studenti più sensibili.

Una nuova prospettiva della relazione educativa

La necessità di occuparsi dell’educazione, ed in particolar modo degli educatori diventa, dunque, emergenza. Lo  è perché nasce, ai nostri tempi, dalla sempre crescente complessità del mondo emotivo e relazionale di bambini e ragazzi. Complessità che pone gli adulti dinnanzi alla necessità di fronteggiare e gestire situazioni difficili da comprendere ed elaborare.

Sempre più di frequente, infatti, è richiesto

  • all’insegnante,
  • al pedagogista,
  • allo psicologo di

intervenire nel contesto scolastico per risolvere i problemi

  • familiari,
  • sociali,
  • relazionali,
  • quando non esistenziali,

portati alla luce da situazioni emergenti di disagio e devianza giovanile. Il quadro generale, poi, è aggravato e reso meno nitido da quelle che potremmo definire delle disfunzioni, economiche quanto culturali, dell’apparato scolastico, che investono l’esperienza di tutte le parti coinvolte nella fondamentale e delicata relazione educativa.

La relazione docente-discente

Ciò che è auspicabile, per le nuove generazioni in formazione e per i loro docenti, è che si possa giungere ad una maggiore definizione di alcuni dei principali fattori emotivi dell’apprendimento al fine di poter migliorare, rendendola più piacevole e proficua, l’esperienza scolastica. Per questo è necessario partire da percorsi formativi che vedano protagonisti gli insegnanti con le loro capacità

  • relazionali,
  • cognitive ed
  • emotive

e che possano avere una ricaduta positiva sulla relazione docente-discente, promuovendo una cultura del ben-essere e del ben-divenire.

Ferma restando l’importanza di continuare ad operare “sul campo”, a stretto contatto con gli allievi e le loro problematiche, appare evidente che la responsabilità del buon divenire della nostra società, prima ancora dei suoi singoli figli, risieda nelle competenze e capacità degli adulti che dei bambini e degli adolescenti, a vario titolo, si occupano. Sembra, dunque, prospettarsi la possibilità di utilizzare forme di meta-formazione.


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La necessaria meta-formazione

Una formazione, insomma, che educhi i docenti all’arte dell’educare, veicolando, al contempo, processi di elaborazione e cambiamento dello stesso concetto di relazione educativa. Una formazione, d’altro canto, che renda disponibili e fruibili materiali utili, ai docenti e ai genitori, per adempiere al loro compito di

  • accompagnamento ed
  • educazione

nel migliore dei modi. Laddove  per “migliore” si vogliono intendere tante dimensioni che vanno dalla maggiore consapevolezza di sé a quelle del mandato individuale alla conoscenza delle basi

  • della psicologia,
  • delle neuroscienze,
  • dell’antropologia,
  • della pedagogia e
  • della filosofia

che sono le solide fondamenta per assicurare lo sviluppo armonico, intellettivo ed emotivo di ogni ragazzo. E di ogni futuro adulto.


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