Iperattività e disturbi dell’attenzione come generatori di aggressività

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Tutti contro tutti. Le chat, le email, i social network accrescono il livello di aggressività delle persone. Nei rapporti personali non va meglio. Aumento dei divorzi, dei reati contro la persona, dei femminicidi, dei casi di bullismo. A chi possiamo attribuire la responsabilità di un tempo che ci porta sull’orlo di una crisi di nervi? L’era della comunicazione digitale sta diventando l’era della conflittualità globale. Ci fa davvero bene vivere connessi con il mondo o la tecnologia ha portato più danni che benefici alle relazioni interpersonali?

Quanto tempo perso!

Quelle che ti presento sono statistiche riferite all’utilizzo compulsivo della tecnologia, riportate dal biologo, per caso anch’egli argentino, Estanislao Bacharach, autore del libro “Il cervello geniale”. Il 90% di chi fa uso sistematico di smartphone soffre di temporanee allucinazioni uditive non diagnosticate. Se sommiamo a questo dato quello dell’uso che ne fanno gli adolescenti (l’87% di loro ne possiede uno), non ci si può più meravigliare dei deficit dell’attenzione che la scuola rileva nei nostri ragazzi.

Secondo le statistiche, ogni 5 minuti, in media, noi adulti sbirciamo sul desktop dell’inseparabile compagno perché abbiamo la sensazione che sia squillato o che abbia vibrato, per vedere se abbiamo ricevuto una notifica o se qualcuno ci abbia cercato. Sommando tutti questi istanti, in un anno apriamo la posta elettronica 24.000 volte ma solo per vedere se compaiono nuove icone di email appena ricevute, non per leggerle o rispondere. Il tempo perso in queste manovre, in media, è  di 77 ore all’anno. Cioè, 77 ore all’anno per non usarlo. Se siamo impegnati in altre attività, ritrovare la concentrazione su ciò che facevamo prima comporta una perdita di tempo che varia tra i 10 secondi e i 3 minuti.

Le statistiche sull’utilizzo reale non si calcolano: praticamente, trascorriamo una buona parte della nostra giornata (e, quindi, della nostra vita) connessi.

La Sindrome da iperattività

L’acronimo è ADHD e, tradotto, sta per Sindrome da Iperattività e Deficit dell’Attenzione. Inserita nei manuali statistici delle malattie mentali, è un deficit ricorrente nei bambini che, già dalle prime classi delle scuole d’infanzia, denotano deficit delle capacità attentive e di concentrazione, associate ad agitazione fisica, impulsività e irrequietezza che spesso sfociano in aggressività e comportamenti antisociali. Viene da chiedersi che tipo di adulto sarà un bambino a cui oggi non vengano forniti adeguati strumenti educativi affinché sia “distratto dalla sua naturale inclinazione alla distrazione”.

In fondo, è anche per contrastare questo fenomeno che la Riforma sulla Buona Scuola, introdotta con la Legge 170/2016, mira a valorizzare i talenti creativi attraverso le pratiche artistiche individuali e di classe.

L’aggressività maligna e la creatività

Dovremmo vivere con creatività fin da piccoli per vivere meglio. Lo dice il buon senso e, adesso, anche il Legislatore. Antonio Fusco, medico, filosofo e saggista, nella sua introduzione al testo “La mente creativa”, afferma, in proposito, che la creatività da sempre sollecita l’essere umano ad inventare soluzioni di vita ed armonie personali sempre nuove, permettendogli di superare ostacoli che si frappongono fra Sé e la piena realizzazione del suo potenziale umano.

La creatività può sbloccare l’accesso alle risorse profonde e modificare l’aggressività maligna ovvero la tendenza, descritta da Erich Fromm, a reagire distruttivamente alle avversità e alle piccole sfide della quotidianità. La creatività, in altre parole, è lo strumento privilegiato che può aiutarci a trasformare la distruttività e l’aggressività in

  • conoscenza di sé e degli altri,
  • in valorizzazione delle relazioni umane,
  • in comunicazione e
  • in pace.

Uno dei limiti è che viviamo poco a contatto con le nostre emozioni. Viene chiamata alfabetizzazione emotiva e aiuta a dare il giusto nome alle esperienze che si vivono, senza subirle passivamente, come spesso accade, per via del fatto di non riuscire a riconoscere gli stati interiori che proviamo. Dovremmo, allora, insegnare l’amore più di quanto non facciamo. In famiglia e a scuola. E incoraggiare i nostri figli, dando loro l’esempio, a stare di più nel presente che altrove.

Perché, più siamo attenti a noi e agli altri, più siamo creativi, più sviluppiamo il nostro potenziale come esseri umani, “accontentandoci” di essere felici della nostra vita, anche da adulti.

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