Quando le emozioni diventano patologiche

emozioni patologiche

Gioia, paura, disgusto, tristezza, collera sono emozioni che l’essere umano è in grado di provare quando si relaziona col mondo esterno e che gli procurano benessere, a volte malessere e che gli garantiscono la sopravvivenza. Così la collera lo incoraggerà all’attacco, la paura alla fuga, il disgusto gli farà rimettere il cibo avariato mangiato inavvertitamente e così via.

Quello che noi oggi sappiamo delle emozioni – e che risponde a evidenze scientifiche – è che esse dipendono da aree ben definite del nostro cervello, i gangli della base, particolari nuclei di sostanza grigia situati nella regione subcorticale del cervello, il cui malfunzionamento genera patologie che alterano la sfera emotiva (come, ad esempio, accade nei disturbi d’ansia e negli attacchi di panico).

Emozioni patologiche

Normalmente, quando vengono attivati i gangli della base in seguito a una sollecitazione esterna, il corpo risponde mediante alterazioni che possono essere un’accelerazione cardiaca, un aumento della pressione arteriosa, uno stato d’allerta sensoriale diffuso. Nel momento in cui, però, questo stato di accresciuta vigilanza si attiva senza ragione, siamo di fronte alla patologia. Ed ecco che si può avere paura o essere ansiosi anche in totale assenza di pericolo! Le persone che soffrono di questi disturbi non riescono più a controllare le proprie reazioni sensoriali e affettive: possono rimanere paralizzate dalla paura, avere una sudorazione abbondante o un’accelerazione dei battiti cardiaci senza alcuna causa reale.

Ma dove nasce la paura? Oltre ai gangli della base esistono altre strutture cerebrali che regolano i meccanismi della paura, come l’amigdala, un’area del cervello che gestisce le emozioni e soprattutto la paura: secondo gli studi, essa è implicata nei comportamenti di fuga e aggressione che l’individuo assume adattandosi al mondo esterno, quindi, generalmente di fronte a un pericolo immediato. La paura, tuttavia, va detto, non è un’emozione patologica. Lo è la sua degenerazione. Piuttosto, per evoluzione, la paura, se non è paralizzante, è salvifica. Consiglio questo articolo per ogni approfondimento sull’argomento.

Cortocirtuito delle emozioni

Ma quando l’emozione scatenata da una situazione non corrisponde ai rischi reali, siamo di fronte a un malfunzionamento di questa struttura. L’amigdala, inoltre, esercita una imponente azione nei processi di condizionamento: secondo Laurie Mondillon e Martial  Mermillod, ricercatori alla Blaise Pascal di Clermont-Ferrand (“Emozioni Malate” comparso nel mensile Mente & Cervello di Aprile 2010), se attraversiamo un passaggio pericoloso durante un’escursione e abbiamo avuto paura del vuoto, capita che il ricordo di questo passaggio rinforzi questa paura anche in assenza del pericolo. In questo modo ci spieghiamo come mai le  fobie o le paure irragionevoli di un animale (il ragno) o di una particolare situazione sociale come la folla, del vuoto, degli ascensori, corrispondano a un’attivazione ingiustificata dell’amigdala.
Ma non finisce qui.

Studi condotti tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno dimostrato che la sovrattivazione dell’amigdala è anche collegata a dei comportamenti sociali complessi come il razzismo: è emerso, infatti, che essa si attiva di più di fronte a individui di origine etnica diversa dalla nostra e che tale iperattivazione sembra essere causata da una cattiva regolazione della corteccia cerebrale.

I processi emotivi complessi

Ma l’amigdala non è l’unica responsabile di processi emotivi complessi, sani o patologici. Sono stati studiati, infatti, diversi disturbi emotivi e comportamentali dovuti a delle lesioni della corteccia cerebrale. Un esempio è il meccanismo della depressione, provocato da un malfunzionamento della zona mediana della corteccia frontale, area preposta a regolare la produzione di dopamina. E’ un un neurotrasmettitore che svolge molte funzioni nel cervello. Ad esempio, regola

  • il comportamento,
  • la cognizione,
  • il movimento volontario,
  • la motivazione,
  • la punizione e la soddisfazione,
  • il sonno,
  • l’umore,
  • l’attenzione,
  • la memoria.

E, in minima parte, secondo i neurobiologi, sarebbe responsabile anche della depressione. In alcune forme di depressione, peraltro, il sistema della ricompensa – quello, per intenderci, che ci fa apprezzare i piaceri della vita quotidiana – sarebbe poco funzionante. Ecco che, in casi del genere, una forma depressiva, anche non severa, può perfino degenerare in sindrome maniaco-depressiva. E caratterizzarsi per un’alternanza di fasi in cui il malato è apatico e non manifesta alcun interesse per il mondo che lo circonda e fasi maniacali, in cui è euforico.

Gli studiosi affermano che questo disturbo sia dovuto a un passaggio della corteccia orbitofrontale da uno stato di inattività a uno stato di iperattività legata all’euforia e alla motivazione eccessiva.

L’alessitimia

Un malfunzionamento della regolazione emotiva può dare origine anche a un’altra malattia: l’alessitimia. Si tratta di un disturbo che si manifesta nella difficoltà a esprimere, anche mimicamente, le emozioni o, addirittura, a provarle. In base agli studi di Nicolas Vermeleun dell’Università Cattolica di Loviano, la capacità immaginativa e onirica è ridotta e, talvolta, inesistente in persone alessitimiche.  Il paziente affetto da questo disturbo non riesce neppure a individuare la causa che scatena le sue emozioni, a prenderne coscienza e a gestirle.

Il problema, secondo le ricerche a oggi disponibili, deriverebbe da un danno nella regione prefrontale del cervello, la quale, insieme alla corteccia cingolata anteriore e alla corteccia frontale mediana, è responsabile della presa di coscienza delle emozioni medesime. Inoltre, analizzando i punti in comune tra alessitimia e sindrome frontale, particolare patologia caratterizzata fondamentalmente da una scarsa e compromessa capacità di pianificazione delle azioni, è emerso sorprendentemente che la capacità di prendere decisioni è dettata più dalle emozioni che dalla ragione. La qual cosa spiegherebbe molto bene il collegamento tra le due patologie e il comportamento sul mero piano fenomenologico.

Per concludere

Tutti gli studi condotti in questa direzione oggi dimostrano come imparare a riconoscere ed esprimere le emozioni sia una competenza cruciale. La più alta delle competenze, benché la meno battuta da società troppo strutturate, razionali, “numeriche” e focalizzate sui risultati. Finalmente, però, qualcuno ha compreso che il futuro è fare un passo indietro.

Insomma: che cosa sarebbe la nostra vista senza emozioni? Soprattutto oggi. ma bisogna saper prendersene cura per non ammalarsi. Da altri punti di vista, tutto questo non è forse anche prevenzione della degenerazione di stati d’animo che, spesso, si fa troppa fatica a comprendere?


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