Simpatia, flessibilità e coscienza di sé per i docenti più efficaci

simpatia e antipatia

“Lei avrebbe meritato ventisette, ventotto. Le ho dato trenta perché ho applicato il coefficiente di simpatia. A volte, quando qualcuno mi è antipatico, tolgo anche due, tre punti. Non c’è niente di peggio dell’antipatia. Sentire, invece, la sofferenza, il pathos, nel senso greco del termine, è una grande qualità per un medico.” Sono le parole dell’anziano professore ad un giovanissimo Luigi Lo Cascio nel film La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana.  Ma essere simpatici serve solo nel mondo medico o è anche una qualità che rende efficaci i professori nella scuola? Se è così, allora chiediamoci quanto siano stati penalizzati gli studenti che si sono formati con insegnanti antipatici.

La meglio gioventù

Il film è ambientato alla fine degli anni ’60. In quegli anni, in pochi sapevano cosa fosse l’empatia, termine oggi fin troppo abusato e spesso confuso con la simpatia. La scoperta dei neuroni specchio era distante ancora un trentennio circa ma il concetto dell’anziano (e antipatico) professore è abbastanza chiaro. Oggi avrebbe parlato, probabilmente, di empatia. Esattamente come se ne parla nella scuola, quando si incoraggiano i comportamenti di comprensione di studenti esuberanti verso quelli più indifesi.

E’ un discorso che coinvolge anche gli insegnanti che proprio grazie all’empatia e alla simpatia scoprono di essere più efficaci.

La differenza tra simpatia ed empatia

Per capire qual è il confine che separa l’empatia (letteralmente, sentire dentro) dalla simpatia (letteralmente, sentire insieme), sarà utile un esempio.

Se vediamo che una persona a noi cara sta male:

  • siamo in simpatia con lei (ma non in empatia), se percepiamo la sua condizione mentale, desideriamo aiutarla ma non sentiamo intimamente la sua sofferenza e, quindi, non la condividiamo con quella persona;
  • siamo in empatia con lei (ma non in simpatia), se sentiamo intimamente quella sofferenza, la viviamo sulla nostra pelle come se fosse nostra ma non interveniamo per aiutarla;
  • coesistono empatia e simpatia, se, oltre a sentire intimamente la sua sofferenza, la condividiamo e partecipiamo al suo stato mentale. Questa è la condizione ottimale della relazione d’aiuto.

In breve

La simpatia comporta, dunque, la partecipazione allo stato mentale di un’altra persona verso la quale proviamo una benevola compassione, senza, tuttavia, condividere quelle emozioni, positive o negative. Il suo opposto è l’antipatia, laddove sentire l’altrui pathos comporta l’atteggiamento, generalmente volontario, di non condivisione, di non partecipazione a quello stato d’animo.

L’empatia, viceversa, comporta la consapevolezza emotiva che si riflette nell’abilità o nell’attitudine a imitare, replicare, riprodurre intimamente una condizione interiore dell’altro, senza tuttavia necessariamente partecipare ad essa. Esattamente come accade durante la visione di un film avvincente che ci coinvolge nelle vicende emotive dei protagonisti.

Flessibilità e coscienza emotiva

Tra le due, generalmente la seconda è implicata in talune condizioni psicopatologiche più della prima, atteso che anche la simpatia è interessata dai deficit relazionali che si accompagnano a patologie franche. Diverse patologie, infatti, anche molto severe, come autismo, demenza, schizofrenia e altri disturbi dello spettro psicotico, si caratterizzano proprio per l’incapacità dei soggetti che ne sono affetti di empatizzare. Dunque, di sentire il sentire dell’altro. Dal punto di vista fenomenologico, le componenti implicate risultano essere

  • la condivisione affettiva e la flessibilità mentale che, in condizioni di sanità, permettono di adottare il punto di vista dell’altro, e
  • la coscienza emotiva, che permette di distinguere le proprie emozioni da quelle degli altri.

Del tuo noto, sono temi ricorrenti nella scuola? Cioè, sono abilità che caratterizzano l’insegnante moderno o c’è ancora molto da lavorare?


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Il professore simpatico

Tendenzialmente, tutti vogliamo renderci simpatici. E tutti, in un modo o nell’altro, crediamo di esserlo. Simpatia ed empatia sono alla base delle relazioni sociali e rientrano nelle attitudini innate dell’uomo che, grazie ad esse, si organizza in gruppi accomunati dalla condivisione dei medesimi principi e valori. Scopo della società, infatti, è il sostegno reciproco. L’aiuto, dunque, che nasce dal sentire insieme i bisogni e di mettersi nei panni degli altri membri della collettività.

Se adesso pensiamo la scuola come una piccola società, simpatia ed empatia devono coesistere, affinché il suo scopo sia raggiunto. Questo perché anche in classe è opportuno parlare di relazione d’aiuto. Se, infatti, l’insegnate sente (per empatia) il disagio dello studente meno dotato, può entrare in simpatia con lui per aiutarlo a valorizzare le sue risorse. Anche se sono diverse da quelle degli altri.

Le lezione efficaci

Appare, perciò, evidente che la spiegazione della lezione diventa più efficace se, fatta con simpatia, toccherà i diversi codici rappresentazionali dei diversi componenti la scolaresca. Per questo è inefficace un piatto trasferimento di nozioni che ad alcuni saranno più chiare, meno ad altri.

Il sorriso del professore, l’esempio che spezza il ritmo, l’intercalare di un aneddoto nella lezione, anche quella più ostica, rendono

  • la didattica più fruibile,
  • l’insegnante più simpatico e
  • più efficace.

Rischio antipatia

La dirigente di Istituto Comprensivo della mia città un giorno mi disse che gli insegnanti spesso dimenticano di dover interagire, dialogare con gli studenti. Per alcuni di essi, la storia e la geografia sono quelle. Pertanto, preparano sempre le stesse lezioni e credono che l’aggiornamento non serva. “Per questo ci portiamo dietro vecchi modi di fare che si sposano poco con le nuove necessità didattiche.” Per contro, conosco anche tantissimi insegnanti che proprio con me hanno fatto percorsi di formazione sulle dimensioni emotive della relazione educativa.

Fu proprio in apertura di uno di questi incontri che un’insegnante della primaria, con voce rotta dall’ansia, mi disse: “Io vorrei capire come mai i miei bambini sono tutti ansiosi!”. Il rischio di non comprendere da dove derivino taluni stati d’animo rende, infatti, inefficace l’insegnamento. Non riconoscerli sposta inevitabilmente l’attenzione dell’insegnante e impedisce di modulare una lezione su bisogni trasversali di apprendimento. Proprio quel rischio di sentire “altro” da quello che è (o di voler negare volontariamente una condivisione anche del proprio entusiasmo) fa apparire disconnessi e, di conseguenza, antipatici.

La riforma della Scuola, del resto, incoraggia la formazione e l’aggiornamento come una necessità per affrontare le imprese quotidiane. Con lo scopo di elevare la qualità dell’insegnamento e di servire al meglio ai bisogni individuali di crescita personale.

Bibliografia e fonti

In materia di scienze umane, ogni evidenza è desumibile da osservazione ed esperienza ma impossibile da incasellare in risultati statistici con rilevanza scientifica. Per approfondimenti, tuttavia, rimando principalmente agli studi di Thomas Gordon (Insegnanti efficaci, Giunti Editore), di Howard Gardner (studi sulle intelligenze multiple) e di Daniel Goleman (Empatia e intelligenza emotiva).


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La Relazione Educativa: dimensioni emotive e dinamiche di gruppo.

La relazione educativa


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