La leadership della condivisione di William Wallace

Non è più tempo per la leadership autoritaria. Oltre due millenni fa gli antichi romani concepirono un sistema organizzativo a piramide, in cui gli ordini giungevano dall’altro.

Con la rivoluzione industriale il sistema piramidale venne adottato anche in economia ed applicato nella gestione delle fabbriche. La piramide non serviva tanto a garantire l’efficienza aziendale, quanto piuttosto a frapporre una distanza tra l’alta borghesia (i proprietari industriali) e la classe operaia. Le industrie venivano ubicati in palazzi a vetro in cui, dall’ultimo piano, quello del management, si potesse controllare il lavoro dei dipendenti, mentre ogni forma di relazione tra i vari reparti era mediata da supervisori, alla stregua di antichi centurioni. Struttura che, con gli anni, venne adottata anche da governi, nelle chiese, nelle scuole, negli ospedali e in altre organizzazioni.

Oggi, però, un modello così concepito è obsoleto e inefficace e le aziende, che hanno compreso il valore delle relazioni anche nella produttività, dopo decenni di battaglie sindacali, si sono determinate a modellarsi intorno alla cultura della condivisione. Così, esse hanno riconosciuto la necessità di fondare luoghi di lavoro più democratici, in cui i dipendenti possano cominciare ad agire più come manager e i manager più come dipendenti.

Per restare nelle similitudini in tema bellico, è come se la leadership, autoritaria e coercitiva, di Edoardo Plantegeneto, il cattivissimo sovrano del Medio Evo d’Inghilterra di cui si racconta nel film Bravehearth, avesse ceduto il passo ad un modello più democratico e basato sulla condivisione, come quello che incarna l’eroe, William Wallace. Lui, Wallace, trascina con l’esempio, parla con il cuore ed è sempre in prima linea a combattere al fianco dei suoi. Ed ecco perché piace. Il Re, invece, resta in sella, impettito e luccicante, impartisce ordini e si fa valere incutendo terrore nei suoi sudditi.

Come si passa da un modello all’altro di leadership nella vita di tutti i giorni? Non è così semplice. Servono nuove competenze, infatti, affinché i leader inizino ad intrecciare relazioni fondate sulla comprensione del comportamento umano e delle motivazioni che risiedono alla base. Poiché, nel momento in cui gli individui ricevono un’adeguata formazione e quando viene data loro l’opportunità, essi sanno benissimo autogestirsi. Spesso, tuttavia, queste competenze emotive, su cui si basano i rapporti efficaci, mancano e c’è sempre poco tempo per poterle acquisire.

Presto questo modello, tipicamente americano, arriverà anche da noi. Oltre oceano molte aziende basano la propria efficienza su un modello di gestione cooperativo: gli impiegati ricevono, come unica direttiva, la data in cui un determinato obiettivo deve essere raggiunto. Tutte le altre decisioni vengono prese autonomamente dalle squadre di lavoro organizzate in gruppi ristretti di persone.

  • Ma deve cambiare solo il modello di leadership?
  • Cioè, se la storia recente ha suonato il de profundis alla leadership autoritaria in favore di una più democratica, diciamo di una versione 3.0, che cosa è lecito attendersi che si insegni nel scuole nei prossimi decenni?
  • Di cosa ci aspettiamo di sentir parlare nei notiziari e nei talk show televisivi?

Pensiero e autonomia

Platone immaginava la Polis governata dai filosofi i quali, a suo dire, non sarebbero dovuti essere nemmeno pagati, in quanto già appagati dalla capacità di ben pensare che, a cascata, avrebbe aiutato le genti a conquistare autonomia e senso di responsabilità quale viatico per la ricchezza dei popoli e per la realizzazione dello stato sociale. Ma lo stato sociale è stato sempre e solo un’idea o, se vogliamo, è morto  prima che si realizzasse. Impedito dalla sete di potere che, al pari delle ricchezze, è stato sempre concentrato nelle mani di pochi, e dalla conseguente richiesta assistenzialistica delle masse che, in questo modo, non si sono mai autonomizzate.

Insomma, non basta destituire i re. Bisogna introdurre la cultura dell’autonomia, nel senso del significato greco di darsi proprie regole ed agire responsabilmente.

Te lo immagini un sistema del genere nel Paese dei furbetti del cartellino? Qui nessuno si muove e molti sopravvivono alle spalle di qualcun altro. Deve cambiare proprio la mentalità tra i banchi della scuola e smettere di star lì ad aspettare che qualcosa cambi. Aspettare, aspettare aspettare… E intanto il tempo passa… Solo che adesso il periodo di vacche grasse è giunto al termine. Potrà volerci tempo ma anche in Italia, presto, ci adegueremo, causa necessità, alla new economy. Perché funziona, perché è l’unico modello ammissibile, perché permette di ottenere risultati sorprendenti con bassi costi e rischi contenuti. Allora sì che bisognerà essere autonomi, responsabili, orientati all’azione. Solo in questo modo sarà possibile approdare ad una leadership democratica, della condivisione. E se funzionerà in grandi aziende, pensa a cosa si potrebbe ottenere con le coppie, in famiglia, a scuola, ecc.. Davvero si approderebbe ad un modello migliore di società.

Diceva Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Ecco: il cambiamento siamo già noi, solo che non ce ne siamo accorti.

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